GDPR, un’occasione persa per le startup italiane

Il GDPR e le startup italiane

Le startup italiane, ad un anno dall’entrata in vigore del GDPR, non sembrano riuscire a cogliere le nuove opportunità di investimento

 

Il GDPR è, prima di tutto, una nuova Normativa che è fondamentale rispettare, non solo per le salatissime multe per chi è reticente ad adeguarsi ma, soprattutto, perché volta a tutelare finalmente in maniera adeguata quella che è una delle materie più importanti e rischiose dei nostri tempi: la privacy degli utenti e i loro dati sensibili. Oltre l’utilità, per così dire, morale, il nuovo Regolamento offre però, a chi sa guardare un po’ più in profondità, delle interessantissime opportunità di business: opportunità che, stando ai dati ricavati in questi mesi, le startup italiane non sembrano abbastanza furbe da sfruttare.

Le opportunità

L’entrata in vigore del GDPR ha dato il là alla nascita di nuovi settori nei quali sarebbe possibile, con un po’ di larghe vedute e coraggio, investire. Si parla, ad esempio, di interazione tra settore IT e funzioni legali, compliance ed internal audit che, almeno per le aziende meglio strutturate, potrebbero rappresentare delle ottime opportunità.

Un altro settore nel quale investire potrebbe essere quello in continua e costante crescita del legal-tech, nel quale gli investimenti sono cresciuti di ben 2,15 miliardi di dollari tra il 2012 e il 2017. Eppure nessuno, in Italia, sembra riuscire a cogliere al volo l’assist della nuova Normativa.

Un divario sempre più profondo

Sembra esserci un solco quasi incolmabile, in realtà, già tra gli Stati Uniti ed il resto del mondo per quanto riguarda gli investimenti nel settore. Basti pensare che la cifra investita in tutta Europa è pari a 93 milioni di dollari, mentre il Canada è fermo a 30: nei soli Stati Uniti d’America, invece, gli investimenti schizzano a 2 miliardi di dollari. Un divario netto che ad oggi sembra difficilmente colmabile.

L’Italia si piazza poi tra i Paesi meno virtuosi per quanto riguarda, appunto, le cifre investite ma anche per il rendimento delle startup: nel nostro Paese sono solo in 13 ad essere iscritte al registro delle startup innovative della Camera del Commercio, mentre nel Regno Unito, ad esempio, se ne contano ben 59.

Il problema riguarda anche l’impiego di software adeguati alla materia, impiegati da un numero troppo esiguo di aziende italiane, che sia per volontà o per disponibilità economica.

In sintesi, comunque, il mercato italiano nel settore del legal-tech si colloca tra i meno virtuosi di un’Europa già di per sé ancora troppo indietro rispetto ai dirimpettai d’oltreoceano, facilitati, va detto, anche da un sistema giuridico e delle potenzialità economiche d’altro livello rispetto ai corrispettivi europei. Il problema, però, è anche di mentalità: serve prontezza nel cogliere le occasioni e nel capire le opportunità offerte da questo nuovo settore in continua espansione, oltre che coraggio ed inventiva nel tuffarvisi. Tutte cose che, in Italia, ancora latitano.